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  • 29/07/2010
  • Alessandra Servidori: articolo pubblicato su “Il Resto del Carlino - Economia del lavoro" sulla delocalizzazione e deindustrializzazione dell’OMSA


La  fuga in Serbia, anzi, la delocalizzazione e deindustrializzazione dell'Omsa rappresenta una grave perdita per tutta la provincia faentina: trecentocinquanta dipendenti,delle quali 320 ragazze, o mogli, o madri, dopo la cassa integrazione, non avranno più il lavoro e lo sviluppo dell’economia locale ne risentirà in modo ancora più pesante.

L’Azienda chiude dopo 69 anni e con alle spalle ben due grosse ristrutturazioni per crisi : una prima  negli anni ‘70, la successiva negli anni ‘80  e  ben diversa fu, sia la partecipazione cittadina e istituzionale,  che gli sforzi che  consentirono un rilancio dell’azienda, leader di un marchio conosciuto in tutto il mondo. Allora , sindacati e istituzioni  seppero  governare  un importante processo di crisi strutturale  e ora devono e possono impegnarsi  in un inevitabile processo di riconversione produttiva.

Nell’accordo del 13 luglio presso il Ministero delle attività produttive si è confermato che sono state espresse altre due manifestazioni di interesse di soggetti all’acquisizione dell’immobile, senza specificazione della futura utilizzazione  e quindi  l’Azienda deve  sviluppare  ulteriormente il confronto. E’ importante, come facemmo negli anni ‘80, con un accordo tra le parti sociali, individuare nuovi insediamenti produttivi anche con il cambio di destinazione dell’area. Allora  fu trasferita la fabbrica dalla via Emilia (abbattendo il vecchio stabile e cedendo l’area), alla nuova costruzione sull’autostrada; fu contemporaneamente avviato un prepensionamento per un numero limitato di lavoratrici, una  attenta riconversione professionale per altre. Oggi il responsabile del personale dell’azienda ha dichiarato di aver avviato un programma di outplacement per la ricollocazione dei dipendenti al quale stanno aderendo circa 250 lavoratori/trici.

E’ indispensabile assicurare a queste donne la reale possibilità di riconversione professionale verso profili o attività richieste dal contesto territoriale: il settore del terziario, la distribuzione, le cooperative sociali. In ogni caso  sarebbe sbagliato perdere i contatti con il Ministero competente la cui mediazione ha consentito di procrastinare la cessazione dell’attività.


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