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  • 08/01/2014
  • Idee chiare e determinazione
 

Sui temi contrattuali e dunque di una importante riforma del mercato del lavoro, è bene ragionare per poter esprimere delle opinioni ed entrare così a gamba tesa nel dibattito. E’ importante l’iniziativa del Jobs act di Matteo Renzi poiché, pare, si tratti di una proposta che dovrebbe ricalcare il contratto unico, dunque un contratto con tutele crescenti. Ragioniamo come dovrebbe essere, stante alcune proposte di autorevoli esperti ed esperte in materia.

Una proposta è quella che prevede un contratto a tempo indeterminato reso più flessibile nel primo triennio con la facoltà di licenziamento dietro pagamento di una indennità di modesta entità, e con applicazione dell’articolo 18 dall’inizio del quarto anno in poi. Ha però il limite di quella soglia dei tre anni, che rischia di costituire uno spauracchio per le imprese. Inoltre, nel primo triennio si potrebbe ridurre l’indennità di licenziamento a una mensilità per anno di anzianità, istituendone una di uguale entità per i contratti a termine acausali che non vengono prorogati o convertiti a tempo indeterminato.

L’altra proposta è quella del contratto a protezione crescente in proporzione all’anzianità di servizio. La scelta aziendale del licenziamento resta insindacabile anche dopo il terzo anno, salvo il controllo giudiziale sulle discriminazioni e rappresaglie, ma l’impresa vede crescere gradualmente il costo di separazione, con un obbligo di trattamento integrativo di disoccupazione che rende progressivamente più robusto e di maggior durata il sostegno del reddito garantito al lavoratore e il servizio di assistenza intensiva erogato da un’agenzia di outplacement.

La complessità del sistema italiano non è generata solo dall’art 18 che ancora oggi è vissuto come un intoccabile strumento, poiché se vi fosse una cultura della flessibilità agita e non un ossessivo orientamento ancestrale della giurisprudenza italiana per motivi economici e soprattutto avessimo servizi per il mercato del lavoro che funzionano, tutto il turnover del mercato del lavoro funzionerebbe assolutamente meglio. Fino ad ora tutto il dramma dell’art 18 si è risolto con l’eccesso di cassa integrazione, evitando così il licenziamento, una coperta che è ormai distrutta: la crisi sta devastando l’economia e non si può andare avanti così e bisogna trovare il coraggio di cambiare passo e sistema. Avanti dunque con la riforma della Cassa integrazione originaria, che ha il compito di sostituire il trattamento di disoccupazione, togliendo a chi non ha il coraggio di dire come stanno le cose, e cioè che è servita per non procedere ai licenziamenti per giusta causa per paura dei ricorsi in giudizio, l’alibi dell’immobilismo. L’Italia vive su un sistema di protezione del lavoratore ancora di fatto centrato sull’ingessatura del posto di lavoro e dunque è troppo difficile il passaggio dei lavoratori da un’impresa che riduce l’attività o chiude a una che ha bisogno di manodopera qualificata. Occorre agire contemporaneamente su sei punti fondamentali.

Il primo è la semplificazione normativa con un codice semplificato del lavoro che unifichi anche il lavoro pubblico e privato.

Il secondo è la riduzione del cuneo fiscale e contributivo, per abbassare il costo del lavoro.

Il terzo è la riduzione dei disincentivi normativi all’assunzione a tempo indeterminato: occorre incoraggiare l’investimento dell’impresa sul lavoratore, in questo periodo di incertezza gravissima sul futuro anche a breve termine.

Il quarto è il miglioramento dei servizi nel mercato del lavoro, attraverso la cooperazione con le agenzie private: qui lo strumento cardine è costituito dal contratto di ricollocazione.

Il quinto è istituire subito a livello nazionale un sistema di Fondo bilaterale sia per il pubblico che privato che si avvia con una razionalizzazione delle risorse che a livello nazionale sono state stanziate per la conciliazione e la flessibilità tempo di vita e di lavoro (poche ma essenziali), una volta avviato viene implementato a livello contrattuale per applicare subito nei contratti quelle prassi che si sono individuate come ottimali per la flessibilità e la conciliazione delle lavoratrici e dei lavoratori e che possono così rappresentare un “fondo salariale” di sostegno al reddito in caso di necessità di ulteriori congedi parentali. Così si aiutano sia le donne che il processo culturale che deve coinvolgere anche i lavoratori ad occuparsi del lavoro di cura.

Il sesto: avanti con la riforma degli ammortizzatori sociali già compiutamente delineata nella legge Fornero, entrata in vigore nel luglio 2012, che ha istituito un’assicurazione universale contro la disoccupazione di livello europeo e ha previsto la riconduzione entro tre anni della Cassa integrazione alla sua funzione originaria. Bisogna attuare questa riforma, completandola con la possibilità di un trattamento complementare di disoccupazione incardinato sul “contratto di ricollocazione”, e avviando il discorso sul reddito minimo di inserimento, che dovrà sostituire tutti i rivoli dell’assistenzialismo con cui oggi in Italia si risponde, in modo socialmente poco produttivo ed economicamente distorsivo, alla necessità di combattere le situazioni di povertà.

 

La Consigliera Nazionale di Parità

Alessandra Servidori

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