Semestre Presidenza Italiana

Riunione Informale dei Ministri del Lavoro dell'Unione Europea

Milano, 18 luglio 2014

 

Intervento del Ministro del lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti

Sessione Plenaria

L'importanza dell'economia sociale

 

 

Gli effetti della crisi sul modello europeo

Il modello economico e sociale che si è affermato progressivamente in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale in avanti è stato pesantemente colpito dalla crisi iniziata a fine 2007, ed ancora non superata.

Sono aumentate le distanze di reddito e di patrimonio tra le fasce più ricche e quelle più povere delle popolazioni.

 Si è assottigliato il ceto medio, la cui crescita ininterrotta era stata per anni uno dei principali indici di successo e di equilibrio del modello europeo.

Insieme alla disoccupazione, è aumentata la povertà (ne abbiamo parlato più specificamente in un'altra sessione di questo nostro meeting).

A titolo di esempio, cito il dato italiano: tra il 2007 e i primi mesi del 2014 sono entrambe raddoppiate: il tasso di disoccupazione dal 6,2% al 13,8%; il tasso di povertà dal 4,1% all'8%.

Con numeri certo diversi -  ma non sempre più contenuti – credo che trend analoghi si siano registrati in molti dei Paesi dell'Unione.

 

L'economia sociale per un diverso modello di sviluppo

Ora che appaiono i segnali della ripresa,  è necessario pensare a modelli di sviluppo in parte diversi da quelli che ci hanno portato alla crisi.

Un ruolo importante, per riprendere la strada di una crescita più equa e più inclusiva, può essere svolto dalle organizzazioni e dagli enti che operano nell'ambito dell'economia sociale.

Le dimensioni e i confini dell'economia sociale, per ragioni storiche oltre che di tradizioni sociali e culturali, si presentano in modo diverso nei paesi dell'Unione europea.

Sono in alcuni di essi radicate e forti le reti associative o le fondazioni con finalità di promozione di valori e di interessi comunitari, in altri le forme mutualistiche o le imprese cooperative, o le reti di volontariato e di cittadinanza attiva.

Potremmo, tuttavia, proporre un'idea unificante riassumendo all'interno del concetto di economia sociale tutti i soggetti e gli enti che operano con finalità diverse da quelle lucrative, siano esse mutualistiche o altruistiche o comunitariste.

 

Economia sociale, coesione sociale, mercato

Non dobbiamo pensare all'economia sociale come una sorta di riserva di soggetti che per scelta o per fragilità si autoescludono dalle regole e dai confronti dell'economia tout court.

Sono, anzi, profondamente convinto che una forte presenza di soggetti riconducibili all'economia sociale costituisca un fattore non solo di rafforzamento della coesione sociale, ma anche del buon funzionamento del mercato.

Sono convinto, cioè, che l'economia di mercato funzioni meglio, e sia più ricca ed inclusiva, se al suo interno possano liberamente operare e competere soggetti con finalità (lucrative, mutualistiche, altruistiche) e modelli organizzativi diversi (societari, associativi, fondazioni).

Perché questo fornisce alle persone un ventaglio più ampio di strumenti attraverso i quali poter trovare maggiori opportunità di impegno, di lavoro e di crescita, e sviluppare meglio i propri talenti.

Non mi soffermo sugli effetti positivi che una robusta ed estesa rete di soggetti dell'economia sociale ha sul rafforzamento della coesione e delle tutele sociali: credo non ve ne sia bisogno.

Vorrei, invece, sottolineare alcuni punti che a me paiono particolarmente importanti.

Il primo è che la mancanza di finalità lucrativa non è affatto sinonimo di inefficienza.

Conosciamo tanti soggetti dell'economia sociale che in termini di efficienza e di capacità imprenditorialità non hanno niente da imparare dai campioni dell'economia lucrativa. La differenza è nel fatto che le utilità prodotte vengono impiegate con finalità diverse, mutualistiche o altruistiche che siano.

Il secondo è che l'economia sociale crea occupazione con minori distanze reddituali, e con investimenti pro-capite più contenuti: un merito non da poco nell'attuale situazione.

Il terzo è che i soggetti dell'economia sociale risultano particolarmente efficaci nella gestione di servizi di pubblica utilità, sostituendosi con successo - sia sotto il profilo dell'economicità che della salvaguardia dell'interesse sociale – alle gestioni pubbliche. Un altro merito non trascurabile in un periodo di ripensamento del perimetro delle attività pubbliche, e di contenimento della spesa pubblica.

 

Una sfida per i regolatori

Vorrei concludere con alcune considerazioni di policy.

In primo luogo, servono buone politiche di regolazione da parte delle istituzioni nazionali, ma anche di quelle comunitarie, per un armonico sviluppo dell'economia sociale nei paesi dell'Unione.

Sotto questo profilo, vorrei introdurre un concetto che a me sembra basilare.

Una buona regolazione deve essere capace di trattare in modo eguale soggetti che abbiano caratteristiche e finalità eguali o quantomeno simili, ma di trattare in modo diverso soggetti che abbiano caratteristiche diverse.

E' questa le regola cardine della parità di trattamento. Non l'omologazione di tutti alle regole dettate per uno dei soggetti in gioco, per quanto forte esso possa essere.

Se vogliamo dunque un mercato arricchito dalla presenza di soggetti con finalità, caratteristiche e ordinamenti diversi, che possano competere alla pari e insieme costruire un modello di sviluppo più equo e duraturo nel tempo, le regole devono saper riconoscere le diversità.

E' questa una sfida che sentiamo forte davanti a noi, e che vogliamo proporre anche alle istituzioni comunitarie, nell'ambito delle competenze sia nell'area delle regole di concorrenza che sugli aiuti di stato.