Fondazione Prof. Massimo D'Antona (Onlus)

Tavola Rotonda 'Uscire dalla crisi, quale riforma per il lavoro?'

Roma, 20 Maggio 2014

 

Conclusioni del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti

 


Credo che sia davvero sempre un bene ricordare chi ha dedicato una parte così importante della sua vita a studiare le problematiche del lavoro e a farlo in una relazione con il sindacato e con le istituzioni, quindi in una posizione che non è solo quella di chi giustamente approfondisce, analizza, definisce delle idee, ma poi le mette a disposizione, le mette concretamente alla prova della realtà perché siano utilmente impiegate. Credo, quindi, che questa sia veramente una buona occasione per un confronto. Quando parliamo di lavoro, poiché siamo sempre davanti a tematiche che hanno una particolarissima delicatezza, in quanto riguardano da vicino la vita delle persone ed impegnano fortemente la prospettiva di vita di una collettività, bisogna farlo sempre con grande misura. Massimo D'Antona lo faceva in questo modo e, per quel che posso, provo anch'io a farlo in questo modo, cercando sostanzialmente di mettere alla prova della realtà le idee, le opinioni che ci andiamo facendo.

E, allora, questa è la prima cosa che, dal punto di vista del metodo, mi sento di affermare. Noi abbiamo bisogno di guardare le cose, analizzarle, compiere le nostre scelte, confrontarci, discutere, ascoltare e poi decidere; ma avere anche l'onestà intellettuale di monitorare l'esito, controllare ciò che accade e, se le cose non le abbiamo fatte bene, avere l'onestà di dire: "queste cose non funzionano, ci fermiamo e le cambiamo". Lo dico perché anche a partire dal decreto che oggi è legge, se dovessi valutarlo, io che ho contribuito a scriverlo nella sua prima forma, per alcuni aspetti potrei dire che la norma precedente appariva, alla lettura, più tutelante di quanto non possa apparire la nuova norma.

Ma se andiamo a vedere ciò che è concretamente accaduto nella realtà, scopriremo che quelle norme, certamente scritte con una pulsione positiva, un'idea di fare una buona cosa, poi nell'arco del tempo ci hanno consegnato degli esiti che, dal mio punto di vista, sono largamente discutibili e che andavano modificati. Allora perché partire dal decreto, perché fare questa scelta? Per un paio di ragioni. Oggi i contratti a termine e l'apprendistato rappresentano l'80% degli avviamenti al lavoro e quindi, se si interviene su questi due istituti, si interviene sull'80% degli avviamenti e mi pare cosa significativa. Perché farlo con questo strumento? Adesso, con l'esperienza della conversione del decreto, posso dire che è stata una discussione difficile, complicata, complessa; non è stato per nulla semplice giungere alla conversione di questo decreto.

Se avessimo avuto altri contenuti, persino più divisivi, probabilmente non avremmo ottenuto questo risultato. Bisogna esserne consapevoli e noi abbiamo fatto questa scelta in maniera consapevole, cercando di ottenere un risultato che era ed è molto legato alla contingenza di questo paese. Noi oggi siamo in un paese dove c'è ancora una crisi profonda; in un paese che è ultimo, in Europa, a cogliere i segnali di ripresa. Noi siamo entrati nella crisi che eravamo fermi da dieci anni e se, quando siamo alla fine della crisi, l'Europa riparte e noi siamo di nuovo fermi, questo dice una cosa semplice, che la malattia che avevamo prima è ancora tutta lì e quindi le cose che avremmo dovuto fare sono ancora tutte da fare. E se sono da fare bisogna che veramente ci prendiamo un grande impegno, perché altrimenti da sole non cambieranno.

L'Europa non trascinerà l'Italia; l'Italia rischia, invece, di essere un paese che fa da freno all'Europa. Oggi, di fronte a questa situazione, abbiamo fatto una valutazione. Le politiche di questo Governo sono state costruite nello spirito di dare un'accelerazione al ritmo della crescita lavorando sul tema della domanda interna, che è uno dei problemi che abbiamo di fronte. E a tale proposito, voglio ribadire che non sono certo le norme che creano i posti di lavoro, però le norme un effetto opposto lo possono avere: cattive norme possono produrre l'esito che le imprese non facciano le assunzioni, e quindi non si creino posti di lavoro.

La logica di questa norma non era, insomma, quella di creare posti di lavoro, ma di collaborare ad uno sforzo di politica economica che tende a dare più ritmo alla crescita, e di consentire a questa fase di avere una qualche certezza in più sul versante degli strumenti contrattuali da usare in una fase di crisi e di debolezza della domanda. D'altra parte, se guardiamo i numeri, alla fine del 2013 il 68% degli avviamenti al lavoro erano contratti a termine. Ora, se il 68% degli avviamenti erano contratti a termine pur essendoci l'obbligo di causale, la causale evidentemente non ha funzionato da selettore. Addirittura la causale ha prodotto l'esito opposto, cioè la durata media dei contratti a termine è una durata molto breve. Non raramente questo meccanismo è stato un meccanismo che ha indotto, per evitare la causale, la segmentazione delle prestazioni su una stessa posizione di lavoro, dove un'impresa ha interrotto il contratto e fatto un nuovo contratto per non arrivare mai a far scattare il meccanismo della causale. Quindi, una regola ispirata da una volontà positiva ha prodotto un effetto controindicato, non quello che si era previsto. Credo, allora, che fosse opportuno intervenire.

Analogamente per l'apprendistato. Io sono il primo a essere convinto e consapevole che l'apprendistato è un contratto a causa mista e quindi abbiamo il tema della formazione e il tema del lavoro.  Però com'è potuto accadere che, con la normativa che abbiamo voluto modificare, i contratti di apprendistato, che erano il 14% degli avviamenti, sono diventati il 10%? Se l'intento di quella norma era di aprire le porte all'apprendistato, i numeri dicono che la norma ha fallito il suo obiettivo. Il problema, quindi, non era più o meno formazione. La formazione bisogna farla, ma non bisogna montare una impalcatura burocratica talmente complessa e carica di incertezza da indurre l'impresa a non utilizzare lo strumento. Allora noi abbiamo fatto questo tentativo, proviamo a verificare se una modifica che semplifica, che rende più certo, che rende più chiaro, rende più utilizzabile lo strumento. Per quanto riguarda, nello specifico, il contratto a termine, secondo me avere la possibilità di tenere 36 mesi, senza il rischio di contenziosi, una persona in un posto di lavoro, aumenta le opportunità che quella persona venga stabilizzata. Siccome questa non è una teoria del diritto del lavoro, ma una modalità per affrontare un problema, la monitoriamo e quando siamo alla fine dell'anno vediamo i numeri cosa ci dicono: se i numeri ci dicono che abbiamo colto nel segno proseguiamo, se i numeri ci dicono che non abbiamo colto nel segno la cambiamo perché non smentiamo una teoria, verifichiamo che una modalità si è dimostrata efficiente o non efficiente. Io credo che questa sia la modalità giusta e credo che questo ci consente di affrontare anche il tema della delega secondo uno spirito che è quello che cerca di verificare non tanto l'estetica della norma, quanto la sua capacità effettiva di fare i conti con la realtà e produrre un esito.

Da questo punto di vista vorrei fare solo una riflessione più di inquadramento generale. Io credo che noi oggi siamo davvero di fronte ad un tornante decisivo da questo punto di vista. Noi veniamo da una storia dove il meccanismo di tutela che abbiamo realizzato sul lavoro è stato un meccanismo particolarmente efficiente ed efficace, ma in via diretta o in via indiretta noi ci siamo trovati di fronte ad una situazione che lascia una parte dei nostri cittadini scoperta. Se in una situazione di criticità abbiamo una persona che utilizza legittimamente la cassa integrazione ordinaria, la cassa integrazione straordinaria, la mobilità ordinaria, la mobilità straordinaria ed eventualmente altri strumenti, fino a coprire un periodo di otto anni e nello stesso tempo il figlio di quella stessa persona non trova un posto di lavoro, la collettività italiana non gli dà niente. La mia domanda è: è giusto che il padre abbia otto anni di garanzie e tutele e il figlio zero? Credo di no. Quindi se questo è un tema dobbiamo affrontarlo. Ed è fondamentale, da questo punto di vista, un cambiamento di logica; dobbiamo passare ad una logica delle opportunità.

Questo paese da molto tempo ha agito dentro una logica di conservazione delle condizioni esistenti e della tutela delle condizioni esistenti e non ha accettato nessun rischio. Quindi è meglio che io padre regali a mio figlio 300 euro perché si paghi il mutuo, piuttosto che io abbia 300 euro in meno e lui abbia l'opportunità di avere 300 euro in più, perché siccome non so se li avrà, a scanso di equivoci è meglio che me li tenga io. Ma con la logica "è meglio che me li tenga io", c'è un sacco di gente che non ce li ha e questa cosa ha prodotto una società che pian piano si è fermata. C'è un paese fermo, un paese seduto, un paese che non scommette sulle opportunità. Recentemente ho fatto una verifica banale. Ho incontrato un ragazzo vicino di casa che è andato a Londra e gli ho chiesto cosa facesse lì. Mi ha risposto: "il barista". Ho replicato che forse il barista poteva farlo anche a Imola. Mi ha risposto che lui a Londra fa il barista per campare, ma che poi si sta coltivando le sue opportunità, che crede di poter avere una chance, mentre se restasse in Italia farebbe il barista precario per tutta la vita.

La differenza sta tutta qui dentro, e quindi noi dobbiamo costruire un meccanismo che parta dalle opportunità. E se vogliamo premiare le opportunità dobbiamo cambiare l'impalcatura che ha costruito l'altro sistema, anche mettendo in discussione una parte di quello che abbiamo. Questo è ciò che abbiamo intenzione di fare e abbiamo intenzione di farlo sia sul versante della semplificazione della normativa, sia sul versante del cambiamento delle tipologie contrattuali, sia sul versante dei servizi per l'impiego e le risorse ad essi destinate, sia sul tema degli ammortizzatori sociali. Cioè viene prima il ragionamento generale, poi vengono gli atti che andiamo a compiere. Il nostro ragionamento generale è quello, poi gli atti è legittimo che si discutano. Discutiamo nel merito e vediamo se su questo versante ci siamo o non ci siamo. Teniamo conto che questa sarà un'operazione molto delicata, molto difficile perché dobbiamo sapere che l'insieme che storicamente si è determinato è molto complesso, molto incrociato, per cui, come testimonia i caso esodati, dobbiamo evitare di fare cose che non abbiano calcolato e calibrato attentamente le conseguenze. Quindi proviamo a fare le cose pensandole, discutendole, cercando di coglierne tutti gli elementi di complessità, che non vuol dire che ci teniamo il mondo complicato, tendiamo a semplificarlo, ma gli elementi della complessità li teniamo in conto, li andiamo a verificare e cerchiamo di snodarli lungo il percorso che abbiamo identificato.

Da questo punto di vista faccio un'ultima considerazione. Io credo che sia particolarmente rilevante l'esperienza che è in campo in questo momento che riguarda la Garanzia Giovani. Noi stiamo sostenendo, sviluppando questo progetto che prevede che tutti i giovani da 15 a 29 anni che non studiano o non lavorano possono registrarsi su un portale e c'è l'obbligo della comunità, attraverso i servizi per l'impiego piuttosto che le agenzie accreditate, di fare una proposta a questi giovani, dai posti di lavoro all'apprendistato, agli stage, al servizio civile, alla formazione. Per noi questa è un'occasione incredibile, ci costringe a verificare se siamo capaci di costruire una infrastruttura che regga questo progetto. Se riusciamo a costruire un'infrastruttura che regga questo progetto, abbiamo fatto un pezzo della strada per costruire i servizi per l'impiego, perché per noi i servizi per l'impiego non sono evidentemente solo la formazione o poco più, ma un'operazione molto più complessa che riguarda l'analisi e la valutazione dei mercati, delle opportunità, i profili professionali, le competenze, il bilancio delle competenze, la capacità di rimodulare i percorsi, il sostegno ai soggetti più fragili. Abbiamo, cioè, bisogno di una operazione molto complessa da questo punto di vista e da questo punto di vista dobbiamo anche essere intellettualmente onesti. Io sento giudizi a volte sprezzanti sui servizi per l'impiego italiani. Io prendo per buoni i numeri; quello che non prendo per buono è che chi dà questi numeri dovrebbe avere la responsabilità, o almeno l'onestà intellettuale, che quando fa delle comparazioni comparasse tutto.

Allora comparare i servizi del lavoro italiani con 9.000 dipendenti con i servizi del lavoro di altri paesi europei che hanno 110.000 dipendenti mi sembra intellettualmente disonesto. Adesso la dico così, senza tanti fronzoli. Non dò nessun giudizio di merito, dico che se uno pensa che con 9.000 persone, di cui 2.000 precari, si possano fare le stesse cose che dall'altra parte fanno in 70.000 o in 90.000, è uno che racconta delle bugie; può farlo, se vuole, però non è che sta fustigando i costumi pubblici, sta infierendo su una responsabilità che probabilmente è la sua, perché se i servizi sono messi in quel modo lì ci sarà una ragione. Cioè, non è che l'hanno deciso i dipendenti dei servizi per l'impiego di essere in 7 dove dovrebbero essere in 25; loro si sono trovati in 7 e di mestiere registrano i disoccupati, non fanno i servizi per l'impiego, perché sono nati e cresciuti nello spirito fondamentale del registrare i disoccupati e non fare i servizi per l'impiego. Poi se vogliamo fare i servizi per l'impiego la storia è un'altra, dobbiamo fare delle altre cose. In giro per l'Italia qualcuno che l'ha fatto c'è, delle belle esperienze ci sono; ci lavoreremo su, vedremo come farlo, dobbiamo farlo con il pubblico e con il privato, lo dobbiamo fare in uno spirito di collaborazione positivo, ma bisogna farlo investendoci perché se non ci facciamo degli investimenti e se non gli diamo una direttiva precisa, se non gli diamo un obiettivo preciso, se non costruiamo le condizioni normative, il problema non si risolverà mai.

D'altra parte è ovvio: a mandare un assegno da 500 euro a casa tramite il centro dell'INPS ci vogliono 3 secondi. Prendere in carico un ragazzo, una persona, un lavoratore che ha perso un lavoro e accompagnarlo è un altro paio di maniche e quindi pensare di scambiare A con B in maniera così agevole e brillante è un atto che non fa i conti con la realtà. E allora se decidiamo di fare quella scelta – e noi abbiamo deciso di farla quella scelta – vuol dire che dobbiamo metterci delle risorse, dobbiamo costruire una progettazione dei servizi nazionali per il lavoro, dobbiamo avere un'idea del che cos'è che gli vogliamo far fare e come glielo vogliamo far fare, facendo anche passaggi che oggi non abbiamo ancora neanche in maniera congrua immaginato. Ne cito uno e poi concludo i miei ragionamenti.

Noi abbiamo un tema molto pesante di intervento sul sistema formativo. Veniamo da anni nei quali, ad esempio, la formazione tecnica e professionale l'abbiamo smontata e adesso che abbiamo deciso di non smontarla più ci troviamo con degli istituti senza i laboratori e fare della formazione professionale senza i laboratori è come voler scalare l'Everest a piedi scalzi, a mani nude e senza la maglietta, è un po' eccessivo. Bisogna che decidiamo che se vogliamo fare quella cosa lì i laboratori ci vogliono, perché se vuoi imparare un lavoro, se vuoi imparare un mestiere, se stai attaccato ad un'attività, devi sapere come è fatta la macchina, devi sapere com'è fatto il prodotto, devi sapere com'è organizzato il ciclo della produzione, perché altrimenti guardare delle fotografie attaccate a un muro o ancora meglio un filmato dentro un computer va benissimo, ma c'è un po' di differenza tra stare a mollo in piscina o sull'orlo a guardarla, ci si bagna molto meno. Quindi bisogna sapere che queste due cose hanno una connotazione diversa, bisogna decidere come lavoriamo su questo versante e bisogna decidere come mettiamo in connessione la formazione con il lavoro, se l'alternanza scuola/lavoro per noi è una scommessa da giocare o no. Quando abbiamo provato ad aprire questa discussione, mi sono trovato un po' di gente che mi ha detto, che questo è un buon modo per far smettere i ragazzi di andare a scuola. Forse a queste persone sfugge che ci sono 2 milioni e 300.000 ragazzi che non studiano e non lavorano e uno, ogni tanto, ci fa un articoletto sul giornale. Se arriva uno e vuole provare a metterci le mani e vedere cosa fare, viene accusato di essere quello che fa in modo che i giovani non vadano più a scuola. Quindi noi oggi dobbiamo sapere che questo è il pezzo del lavoro che dobbiamo fare, che è molto delicato, molto complesso, che connette molte cose a partire dalla formazione per finire al lavoro. Ma io credo che su questo versante tutte le parti, quindi le organizzazioni sindacali, le istituzioni che lavorano sul versante della scuola e della formazione, le organizzazioni d'impresa, sono in campo, perché nessuno di noi può pensare di stare a guardare quello che succede, in una vicenda come questa.

Quindi credo che avremo tutti la possibilità di mettere in campo le nostre opinioni, le nostre proposte, di essere protagonisti di questo processo che credo sia assolutamente di grande rilievo perché riguarda in maniera così radicale il futuro del nostro paese. Credo che ognuno di noi debba prendersi il suo pezzetto di responsabilità per portare il proprio contributo a questa che io considero una causa assolutamente giusta.

 

Questo intervento è stato pubblicato sui Quaderni degli atti dell'iniziativa dalla Fondazione Prof. Massimo D'Antona